I Manoscritti del Fondo del S. Salvatore della Biblioteca “Giacomo Longo” di Messina: una Biblioteca greca ancora viva

Conferenza CODICI GRECI

a cura del Circolo “Apodiafazzi”, dell’Accademia del Tempo Libero
e dell’Associazione Amici degli Archivi e delle Biblioteche

Sintesi della relazione della dottoressa Maria Teresa Rodriguez, dirigente della Biblioteca Regionale Universitaria “Giacomo Longo” di Messina

La raccolta libraria del monastero del S. Salvatore «de lingua Phari», custodita presso la Biblioteca regionale universitaria «Giacomo Longo» di Messina, conserva oggi 177 manoscritti databili tra il IX e il XVII secolo e costituisce uno dei rari casi in cui una parte ragguardevole di una collezione libraria si conserva ancora nella sede d’origine.

La prima notizia indiretta sui codici che possono esservi confluiti si trova nella Vita di s. Bartolomeo di Simeri, fondatore a Rossano del monastero di S. Maria Nea Odegitria, contenuto in un manoscritto messinese, là dove si dice che il santo, subito dopo la fondazione, si recò a Costantinopoli dove regnava Alessio Comneno il quale, accogliendolo con onore e benevolenza, gli concesse ricchi doni, tra cui icone, vasi sacri e libri. Alcuni di questi saranno affidati al suo discepolo Luca, quando si recherà a Messina per fondare il monastero del S. Salvatore, portando con sé «libri eccellenti in gran numero», come afferma nella prefazione al Typicon, il regolamento della nuova fondazione.
Il sovrano normanno Ruggero II, che riuscirà a stabilizzare il suo potere grazie ad un equilibrato rapporto fra etnie diverse – greca, araba e latino-normanna – sceglie di sostenere il monastero «de lingua phari», concedendo dal maggio 1131 il titolo di Archimandritato, liberandolo da ogni vincolo gerarchico nei confronti delle autorità ecclesiastiche e secolari secondo un progetto che investe a pieno la sfera politica, e che consente la riorganizzazione delle comunità su un vasto territorio tra le due sponde dello Stretto sotto l’unica giurisdizione del sovrano.

Nella biblioteca messinese, in una città dove di frequente soggiornava la corte regia, si custodiscono testi di diritto, come i Basilici, il codice fondamentale delle leggi bizantine, ma anche testi medici, giustificati dall’ospedale e dal lebbrosario di Catona che facevano parte delle strutture ausiliarie del monastero; è documentata infatti la presenza dei testi di Ippocrate, Galeno, Ezio Amideno e Paolo d’Egina.
Naturalmente i manoscritti del fondo hanno datazioni anche precedenti alla fondazione del monastero, e molti di essi costituiscono esempi preziosi delle tipologie grafiche dell’Italia meridionale, che testimoniano gli stretti rapporti del monastero messinese con la produzione libraria e culturale dell’ambiente che si era sviluppato intorno alla figura di s. Nilo di Rossano e ai suoi discepoli che, tra X e XI secolo, incalzati dalle incursioni arabe, si erano spostati dalla Calabria in Campania e infine a Grottaferrata, e ancor di più con l’ambiente rossanese. Dal fecondo rapporto con l’area calabrese avrà origine anche il cosiddetto «stile di Reggio», adottato dallo scriptorium del S. Salvatore. Uno dei più bei manoscritti conosciuti in questa tipologia grafica è l’Evangeliario ultimato nel giugno 1184 dal copista Roberto per Leonzio, amministratore della chiesa di S. Giorgio in Valle Tuccio, notevole non soltanto per la grafia, ma soprattutto per lo straordinario apparato decorativo in carminio.
Certo, nella raccolta sono presenti anche manoscritti provenienti da aree diverse del mondo bizantino, come un codice trascritto dal monaco Gerasimo nell’aprile del 1064 in uno dei più prestigiosi monasteri di Costantinopoli, quello dell’Evergetis, o il manoscritto Messan. gr. 27, una delle 43 copie miniate superstiti di menologio metafrastico conosciute, abbellito da venti miniature che raffigurano i santi di cui è narrata la vita.
A partire dall’età sveva l’attività di scrittura si dirada, e i codici tramandano per lo più libri funzionali alle pratiche di culto delle comunità monastiche sicule o calabre, nell’ottica del recupero di una tradizione liturgica necessaria per la celebrazione degli uffici quotidiani, la cui scrittura si concentra in periodi nei quali motivi ideologici o personaggi carismatici ravvivano l’ambiente culturale del monachesimo greco.

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